“Quello per un figlio è l’unico amore da cui non si scappa”: Sarah Maestri presenta il romanzo sulla sua storia di madre adottiva

“Manco al cinema avevo mai fatto la mamma”. Sorride Sarah Maestri mentre, davanti alla sala del Mondadori store di piazza Duomo a Milano, presenta il suo romanzo “Stringimi a te” (Garzanti). “Non avevo nessun richiamo di maternità nella mia vita in quel momento”, è la prima confessione dell’autrice e attrice. Seduta al fianco la giornalista Betta Carbone, moderatrice dell’evento. In prima fila la figlia Alesia, personaggio principale nonché seconda autrice del romanzo che, Maestri sottolinea, “è stato scritto a quattro mani”.

Quando ha incontrato per la prima volta Alesia non aveva idea che quella bambina di otto anni potesse stravolgerle così la vita, all’improvviso. “Ero una single incallita, childfree. I figli degli altri mi piacevano ma non credevo che un giorno ne avrei avuta una io. Ero lanciata nella mia carriera e la mia vita mi piaceva”. Eppure quando quel giorno, nel 2012, Sarah Maestri è arrivata a Fiumicino e ha visto Alesia, le hanno ceduto le gambe: “Ero bloccata nel traffico del raccordo anulare, scapigliata e ignara di quello che stava per succedere. Dovevo ospitare questa bambina solo per qualche giorno e ora è diventata mia figlia. Sono arrivata in ritardo all’appuntamento più importante della mia vita”.

Maestri ripercorre con i presenti in sala le prime pagine del libro. Non una semplice biografia, un romanzo vero e proprio che racconta la sua esperienza di madre single e adottiva, ma che, grazie ai contributi scritti dalla stessa Alesia, ci fornisce anche uno spaccato delle emozioni provate da chi ha avuto un’infanzia rubata e ora descrive un affetto che non aveva mai ricevuto prima. Una storia che scorre via veloce e appassiona: il percorso di adozione è durato sei lunghi anni, pieni di ostacoli, prove da superare, distacchi laceranti, ricongiungimenti e viaggi in Bielorussia.

È lì che viveva Alesia prima che Maestri la adottasse, in un orfanotrofio. È arrivata in Italia da Minsk insieme a centinaia di altri “bambini di Chernobyl”, vittime innocenti delle conseguenze dell’esplosione nucleare avvenuta nel 1986, per un “progetto di risanamento”. Una vacanza per contrastare gli effetti delle radiazioni a suon di “dieta mediterranea, aria buona, spensieratezza e abbracci”. L’autrice racconta che era a Medjugorje quando ha ricevuto una chiamata da un amico. A una bambina serviva una casa. Si trattava di un periodo di qualche giorno e lei ha accettato. “Da temporaneo è diventato ‘per sempre’, quelle due parole che nella mia vita avevo sempre evitato di pronunciare. Ma quello per un figlio è l’unico amore dal quale non si può scappare”.

Ed è così che è diventata mamma, per destino. Un destino combattuto, tra tribunali italiani e internazionali, tra burocrazia e controlli di frontiera. Perché “la strada per il bene è più in salita”. Per l’autrice, l’adozione è molto diversa da altre forme di maternità. “Ho scelto questo percorso per lo stesso nome che ha la legge del 1983 che disciplina l’adozione e l’affidamento in Italia: diritto del minore ad avere una famiglia”. Si tratta di dare una famiglia a un bambino, non viceversa. Negli ultimi anni il numero delle adozioni in Italia è crollato. Secondo i dati diffusi dalla Cai (Commissione per le adozioni internazionali), i figli di adozioni internazionali entrati in Italia sono passati dai 4.300 del 2010 ai 273 del primo semestre del 2022. Sempre meno persone fanno domanda. Senz’altro in questi dodici anni il contesto internazionale è molto cambiato. La pandemia e le guerre, con le conseguenti chiusure di frontiera, hanno interrotto dei percorsi già in parte modificati dai cambiamenti sociali dell’ultimo decennio. Anche i tempi d’attesa per l’arrivo di un bambino si solo allungati: il dato del 2020 parla di una media di circa quattro anni.

Sarah e Alesia ce ne hanno messi sei a unirsi. “Durante questo tempo lunghissimo ci distaccavamo, ma non ci allontanavamo mai”, ci rivela la scrittrice. “Sentivo un dolore pazzesco quando partiva, non avevo la forza di alzarmi dal letto”. Nel 2015, dopo che Alesia è stata decretata figlia di Sarah Maestri dal Tribunale dei minori di Milano, a casa loro è squillato il telefono. Dall’altre parte della cornetta, un uomo spiega loro che la bambina deve rimpatriare, perché l’adozione deve essere validata anche in Bielorussia. “Tranquilla, è questione di qualche settimana. Così mi hanno detto”, racconta l’autrice. “Non ero molto d’accordo ma mi hanno spiegato che se non avessi acconsentito, avrei bloccato tutte le adozioni internazionali. Ho accettato, ma non è stata qualche settimana. Sono passati tre anni“.

Un percorso lungo e tortuoso, conclusosi con Alesia che esclama “Da! Da! Da!“, durante l’udienza di Minsk in cui le chiedevano se avesse voluto diventare la figlia di Sarah Maestri e trasferirsi con lei in Italia. “Ora sto capendo cosa significa per me essere mamma ogni giorno“, ci confida. Ne parla nell’ultima parte del libro, la più dolorosa. “Credevo che la sofferenza dell’essere madre fosse collegata al dolore fisico del parto. Invece è lasciare il cuore a qualcuno che vive in balia del mondo”. Stringimi a te è anche il racconto di come si esorcizza tutto questo: abbracciando forte una bambina di otto anni che si infila nel tuo letto, alla ricerca di un amore mai ricevuto, e che tu non avevi mai pensato di poter donare.

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Quando l’autrice di “Stringimi a te” (Garzanti) ha incontrato per la prima volta Alesia non aveva idea che quella bambina di otto anni le avrebbe stravolto la vita. Dopo sei lunghi anni, fatti di lotte nei tribunali italiani e internazionali, burocrazia e controlli di frontiera, è diventata ufficialmente madre
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